Perchè fare o non fare un viaggio a New York

Qual è il parassita più resistente? Un’idea!
Che poi sta alla base del pregiudizio,
con il quale son partita per questo viaggio.

C’è una NY da dimenticare e una che mi sono, letteralmente, portata a casa.
Non è stato amore a prima vista, lo ammetto.
Nonostante l’ossessione per Woody e svariati tvshow.

NY è stata per me come un bel ragazzo del quale riconosci i perfetti lineamenti ma le emozioni che ti trasmette sanno di plastica.

Un bel ragazzo che solo al secondo appuntamento, al quale vai anche malvolentieri, ti racconta di avere degli interessi, inizi a notare gli occhi sorridenti, la leggera fossetta quando pronuncia certe sillabe, le dita che tamburellano a ritmo di chissà cosa sta producendo la sua testa. Un flirt preventivamente a breve durata, che non potrebbe mai essere altro, ma del quale ti ricorderai ad ogni temporale estivo, con il sorriso sulle labbra.

Ho odiato TimeSquare con i suoi led, le pubblicità, i clacson, il consumismo formato XXL. Mi aspettavo da un momento all’altro Zio Sam uscire da un maxi schermo che in una risata diabolica diventava sempre più grasso.
Ho mangiato da ShakeShack, hamburger bacon e cheddar; ho mal sopportato merchandising I ❤ NY ad ogni angolo; la rumorosa autocelebrazione dell’EmpireStateBuilding.

E quando ero già pronta, quasi compiaciuta, a dimostrare che avevo ancora una volta ragione, ho spostato il naso un po’ più in là e ho scoperto un’altra NY, quella che mi ha stesa.

Greenwich village, tatuatori, mercatini e signore con borse piene di fiori;
Williamsburg, colori ocra, bambini che si sfidano sotto il canestro e sottofondo SureShot dei Beastie Boys; l’immensità della NewYorkLibrary, un vero e proprio paradiso per una nerd sfigata come la sottoscritta, che si è emozionata nel cortile della NYU, mentre una ragazza sugli scalini piangeva per l’esame fallito.
ChelseaMarket e WholeFoods la passione per le luci, l’home made, l’avocado, il takeaway e la frutta fresca;Il tramonto a BryantPark e la varietà di colori e profumi a MadisonSquare; Harlem, “bro” e “5high”; Brooklyn, Dumbo, la HighLine e le gallerie d’arte. Il biglietto, quello del Guggenheim che vale solo per la struttura, e se poi ti becchi i Cremaster di Barney vale doppio. (Incredibile la democraticità di una città che ospita l’artista e il giorno stesso smantella la sezione dedicata all’ex moglie al Moma) La pace nel passeggiare per l‘UpperEastSide, la carica positiva di Central Park. Ci farei jogging pure io a Central Park (forse).

Mille volti dai tratti diversi per strada e sulla metro, elementi dopanti per me che da sempre invento storie sulla vita di sconosciuti che incrociano il mio sguardo.

E in una giornata di pioggia il WorldTradeCenter.
Una ferita ancora aperta, la paura di un soffio, tutta la fragilità del potente che si rialza, non senza fatica, pur dimostrando un certo orgoglio. E complici le gocce che scorrevano sul marmo, tra i nomi delle vittime, cuori irregolari, disegnati sul bagnato con le dita.
Avrei altre mille cose da raccontare, ma delle parole su uno schermo non saranno mai in grado di trasmettere la leggerezza che provo.

Dico solo che ne vale davvero la pena, che credo sia una destinazione obbligatoria per chiunque, almeno una volta nella vita.

In fondo di un amore estivo non posso essere gelosa.

E ancora una volta, romantica e un po’ingenua, capisco che mai nessun posto sarà mai per me come l’Italia, a tratti goffa, incapace di valorizzarsi, insicura e spesso recidiva, che dovrebbe studiare di più perchè “è chiaro che non si applica”, ma con un potenziale unico al mondo.
Gli altri, semplicemente, ci credono un po’ di più.

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